9 d’octubre de 2016

“LA VITA È UNO SCHIFO” E LA NASCITA DEL NOIR FRANCESE

[L'Ottavo, 7 ottobre 2016]

Geraldine Meyer


Léo Malet e il noir francese

Chi scrive, diciamolo subito, non sarà per nulla obiettiva. Amando infatti di amore furibondo Léo Malet non tenterò neanche di mitigare la passione che mi prende ogni volta che leggo e rileggo alcuni dei suoi libri. Libri conosciuti, per la prima volta nella mia carriera di lettrice, dopo l’incontro con un fumetto. Di Léo Malet infatti conobbi, per la prima volta, il suo Nestor Burma (il poliziotto protagonista di molti suoi romanzi) grazie alla lettura di un paio di trasposizioni grafiche fatte da Jacques Tardi, fumettista e scrittore francese. Il suo tratto quasi caricaturale, amaro, essenziale, tagliente, mi fecero letteralmente perdere la testa per il personaggio e, ancora di più, per il suo inventore.

Se quelli della serie di Nestor Burma sono polizieschi, questo “La vita è uno schifo” è, a mio avviso giustamente, considerato il capostipite del noir francese. E la differenza non è da poco. Il poliziesco ha altre regole e, in un certo senso, sembra voler suggerire che i pezzi del puzzle di cui si compone la storia, possano comunque trovare un loro ordine. Giusto o sbagliato, lineare o contorto, il poliziesco parte da un atto delittuoso, ci racconta un’indagine e ci conduce ad una soluzione. Amara o meno ma una soluzione ci conduce ad una qualche conclusione.

Nel noir non vi è questo andamento e, ancor meno che in certi polizieschi, non vi è redenzione. In questo tipo di romanzo, “noir” è una parola che rende perfettamente non solo le atmosfere narrate ma anche l’umanità che in quelle atmosfere si muove. E la soluzione, come spesso accade nella vita, è ben lontana dall’esserci concessa.

Questo libro “La vita è uno schifo” appartiene a quella che è stata pubblicata con il titolo di Trilogie Noir e che deve la sua pubblicazione ad un editore che meriterebbe un articolo a sé. Spesso, troppo spesso ci si dimentica, leggendo un libro, quanto quel libro debba non solo a chi lo ha scritto ma anche a chi ne ha voluto la pubblicazione. In questo caso fu Eric Losfeld a volere, con tutte le forze, che questa trilogie vedesse la luce. Cosa non così scontata. Soprattutto se si pensa a quanto la figura di quell’editore fosse controversa. La sua casa editrice, dal bellissimo nome Terrain Vague (terreno abbandonato) aveva già dato “rifugio” ad opere controverse e marginali (allora, salvo poi non esserlo più anni dopo) come quelle di Boris VIan. Ma non vi dico altro perché uno dei motivi di grande interesse di questo libro è nella straordinaria prefazione del curatore, Luigi Bernardi, che di questo cenacolo francese traccia una storia davvero interessantissima.

Ma ciò che vi posso dire è che quella trilogia, a cui appartiene anche “La vita è uno schifo” divenne veramente un caso letterario andando a rappresentare la nascita di un qualcosa di nuovo e di diverso dal poliziesco (genere in cui, per altro, Malet aveva già uno straordinario successo proprio grazie al personaggio di Nestor Burma). Con il noir ci troviamo calati in qualcosa che va ben al di là della trama. Come se, ogni riga, ogni parola quasi, diventassero un movimento a sé, un pugno allo stomaco o un sorriso amaro.

Ed è esattamente quello che accade in questo “La vita è uno schifo”, frase spesso ripetuta anche dal protagonista, un disperato, crudele, malinconico, Jean Fraiger, anarco-comunista che attraversa la vita lasciando alla sua pistola il compito di pareggiare i conti con un’esistenza assolutamente sgangherata. L’illusione di avere un progetto rivoluzionario scivola quasi impercettibilmente in una sequenza di uccisioni. Perpetrate come fosse qualcosa di inevitabile perché, appunto, la vita è uno schifo.

Rapine, politica, amicizie, sesso, amore. Ci sono tutti questi elementi in questo libro. Ma la cosa interessante è il modo in cui vanno ad intrecciarsi, con quella disperazione, casualità, inconcludenza, violenza che sono, oltre che del noir, della vita stessa. Mai, leggendo queste pagine, viene da pensare che Jean possa essere, in fondo, così tanto diverso da noi. E forse è proprio questa capacità di identificazione a colpire più duro. Perché, in un certo senso, pare essere l’altra faccia dell’esorcizzazione: l’abisso, la violenza, la disperazione sono di Jean, ma sono anche nostre. Però lui le vive e noi le leggiamo.

Seppure tratteggiati con molta essenzialità, quasi come fosse lo schizzo di un disegno, tutti i personaggi del libro diventano personaggi principali. E questa è un’altra cifra dei noir di Malet, in cui l’umanità è tutta, per intero, vibrante di pensieri e debolezze che differiscono solo per quantità e non per qualità. E ci si accorge di ciò, leggendo questo libro, proprio perché alla fine non si è portati a giudicare gli atti dei protagonisti. Anzi forse ci si commuove per l’epilogo quasi struggente.

Amicizia ma anche slealtà, amore folle ma anche odio maschilista, sogno di cambiare il mondo ma incapacità di essere migliore di esso. Tutto questo raccontato quasi con noncurante e tagliente cinismo (nel senso filosofico del termine) non senza momenti di amara ironia e sarcasmo. Perché il noir non è solo noir.




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