5 de setembre de 2016

Antonio Manzini – 7-7-2007

[Contorni di noir, 4 settembre 2016]

Rosy Volta


Ho terminato la lettura del romanzo due ore fa e devo scriverne. Antonio Manzini: Colpita ed affondata! Lo sapevo che sarebbe stato così..anzi, lo pregustavo. Lo speravo. Grande commozione.
Perché un conto è sapere che questo romanzo racconta il “prima”, quando Marina era viva e la vita scorreva serena, un conto è leggere il “come” tutta la sua vita sia cambiata in un attimo.
Per raccontarci i tragici eventi che hanno portato il vicequestore Rocco Schiavone a diventare quello che è, duro, spietato coi subalterni, sarcastico fino all’antipatia, la storia prende avvìo con i suoi superiori che vogliono sapere .
Sapere cosa è accaduto in quel lontano 7-7-2007; quali fatti hanno portato Rocco trasferito in val d’Aosta, arrabbiato col mondo intero, terribilmente solo e disperato. Che cosa è accaduto subito dopo. La verità, stavolta. E Rocco racconta.
Una storia dolorosa, che coinvolge due bravi ragazzi ventenni, uccisi a distanza di due giorni con un punteruolo infilato nella nuca. E’ indubbio che un omicidio così singolare non possa provenire che dalla stessa mano.
Il vicequestore comincia ad indagare come un segugio, aiutato dalla sua squadra che ormai conosciamo, anche se il suo lavoro è più tormentato del solito, perché Marina, la moglie, saputo dei suoi trascorsi non proprio limpidi, e dei suoi conti in banca poco puliti, lo ha momentaneamente lasciato.
La solitudine e l’amarezza non gli impediscono di fare progressi nell’indagine, di scoprire la causa della morte dei due ragazzi, ma lascio al lettore le sorprese che la lettura riserverà man mano.
E’ un noir movimentato, con momenti drammatici, agguati, inseguimenti. Le persone con cui si scontrano Rocco ed i suoi uomini sono pericolose e senza scrupoli. Dopo dieci anni, i conti si chiuderanno a Roma, nuovamente, con un bilancio amaro, più che la soddisfazione della vendetta.
Ritroviamo qui, per la maggior parte della vicenda, Schiavone nella sua città d’origine, che ama, che conosce a memoria; il dialetto romanesco, ma soprattutto il Rocco che avevamo solo immaginato, finora: se non felice (la felicità è degli stolti), almeno sereno, appagato ed innamoratissimo della sua Marina. Non ancora incattivito dal dolore.
Anche allora il nostro uomo certo non era uno stinco di santo; ma è bello, ora, avere vissuto almeno un po’ con “quel” Rocco prima maniera.
La scrittura di Manzini, pulita, scorrevole, efficacissima, mi affascina sempre, tanto che anche questo romanzo me lo sono divorato in 24 ore calcolando i tempi morti, il sonno, il resto della quotidianità!
E infine, lasciatemi dire due parole a lui, “pirsonalmente di pirsona”. Antonio Manzini. Mi hai fatto piangere.
Ti rendi conto? Sulla spiaggia, a fianco a persone che mi guardavano perplesse con la coda dell’occhio. Cos’avrà mai, questa donna che si asciuga furtivamente le lacrime?
Aveva letto l’ultima pagina del romanzo, che vorrei riportare in parte qui, tanto non rivela o cambia nulla. Meravigliosa. Struggente. Finale perfetto.
Vorrei un amico. Uno solo mi basterebbe per questa sera così tenera che mi ammazza e non mi fa respirare. Le cose belle sono dedicate a chi il bello ce l’ha già dentro. Mi sa che io sono tagliato fuori per sempre.
…………………..
-E’ la vita Rocco, e devi continuare a viverla!-
Ecco. Era la sua voce. L’ho riconosciuta. L’hai sentita, Lupa? Era lei. Era lei. Senti che aria che c’è. Senti che profumo. Sono fiori? Sono forti i fiori. Ogni anno risbucano come se niente fosse, come se non avessero preso schiaffi e gelo per mesi e mesi. No, li ritrovi lì, esattamente come l’anno prima e li ritroverai l’anno dopo. E quando se ne vanno lasciano per terra i petali colorati. Noi invece? Lo sai Lupa? Lo sai cosa lasciamo noi? Una matassa ingarbugliata di capelli bianchi da spazzare via da un appartamento vuoto.
Questo lasciamo”.
Lasciatemelo ripetere ancora una volta: GRANDE MANZINI!



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